Lucrezio e il fulmine

Per spiegare il fenomeno dei fulmini in modo concreto, e per mettere in evidenza in modo tangibile le differenze tra il fulmine concepito da Lucrezio e quello che esso realmente è, abbiamo realizzato un esperimento che riproduce qualcosa di molto simile: un arco elettrico.
Un arco elettrico si viene a creare quando la differenza di potenziale tra due oggetti diventa tale da poter vincere la resistenza dell’aria. A quel punto la corrente passa dall’oggetto con il potenziale più alto a quello con il potenziale più basso, anche “a costo” di ionizzare l’aria, ovvero di renderla un conduttore producendo il tipico arco luminoso. Ecco, un fulmine è, sostanzialmente, un enorme arco elettrico che si sviluppa tra le nuvole e la terra.
Per realizzare l’esperimento abbiamo smontato un vecchio televisore a tubo catodico e abbiamo estratto il trasformatore flyback, ovvero il dispositivo che converte la corrente delle prese di casa (220 V) a un voltaggio di circa 30.000 V e che permette all’immagine di apparire sullo schermo del televisore. Per convertire la frequenza della corrente di casa da 50 Hz a circa 15.000 Hz (ovvero la frequenza che il trasformatore può ricevere in ingresso) ci siamo serviti invece di un ballast, il dispositivo che accende le lampade al neon. Con alcune modifiche, sia al ballast sia al trasformatore, il nostro generatore di archi elettrici ha preso vita: produce archi di plasma di circa 3 cm con un voltaggio di 30.000 V e una corrente di 10 mA. Il dispositivo, in circostanze normali, non è molto pericoloso perché una corrente così bassa non è letale. Tuttavia, senza le dovute conoscenze tecniche e gli accorgimenti di sicurezza, è sconsigliabile anche solo tentare di addentrarsi in un progetto che comporti l’uso di corrente elettrica ad alto voltaggio.

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Un’esperienza in America

L’America è un paese molto esteso e diversificato e ci sembrerebbe riduttivo accomunare le nostre esperienze e farla diventare una sola. Ognuno di noi ha vissuto le classiche esperienze americane, tipo per fare un esempio il prom, ma poi ogni scuola, ogni casa, ogni stato ha le sue usanze e ognino di noi le ha vissute con uno spirito e delle emozioni diverse e abbiamo quindi deciso di parlarvi separatamente di queste nostre esperienze.

Maria Martina Cerea, Arizona (semestre 2015)
Ho sempre ascoltato con ammirazione le storie di ragazzi che, prima di me, hanno affrontato quest’esperienza e a poco a poco anch’io ho maturato il desiderio di partire per un semestre scolastico negli USA. Inizialmente, non è stata una decisione facile da prendere. Ci sono stati ripensamenti e incertezze ma, alla fine, il 2 gennaio mi sono trovata su un aereo tutta sola in direzione di Phoenix (Arizona), la mia nuova casa.
Sono stati sei mesi intensi e pieni di felicità, ricchi di nuove amicizie e nuovi sport. Sono diventata più fluente nell’uso dell’inglese, ho imparato a giocare a softball e a farmi strada in una scuola popolata da volti mai visti fino ad allora, ma penso che per me si sia sempre trattato di una questione di orgoglio personale; partire è sempre stata una scommessa con me stessa, ho voluto mettermi alla prova dimostrandomi che potevo farcela. Essendo una scommessa, appunto, all’inizio non ero assolutamente certa di come si sarebbe conclusa, non ero certa che non avrei mollato e che sarei stata in grado di superare da sola momenti di solitudine e sconforto . Alla fine, però, il fatto di esserci riuscita mi ha dato più consapevolezza delle mie capacità. L’anno (o semestre, come nel mio caso) all’estero non è un confronto con una nuova cultura, una nuova lingua, un nuovo ambiente familiare e scolastico, o meglio, è anche tutto questo, ma si tratta soprattutto di un confronto diretto con se stessi che permette di mettersi a contatto con le proprie debolezze, i propri limiti e i propri punti di forza. Per questo motivo, credo sia un’esperienza e un’occasione da cogliere al volo, perché capita una volta nella vita.

Riccardo Clemente, Massachusetts (anno scolastico 2014/2015)
La mia esperienza è stata più “fredda” di quelle dei miei compagni: ho passato 10 mesi in Massachusetts in una città chiamata Lowell, la quale ha ricevuto il titolo di città con la maggior quantità di neve caduta. La mia esperienza la posso reputare molto positiva, soprattutto per il fatto che ho conseguito la maturità americana e attraverso una borsa di studio inizierò a studiare in una università locale da gennaio 2016. Ho poi fatto parecchie amicizie che sarò felicissimo di continuare una volta oltre oceano di nuovo, e ho anche grandi aspettative sportive (specialmente per calcio) per le quali mi è stata concessa la borsa di studio. Ho trovato la gente del New England molto più aperta e cordiale di molta altra gente qui in Italia: sempre pronti a darti una mano e sempre li affianco nei momenti di bisogno. Ritornare in mezzo a quella gente sarà un’enorme gioia per me.

Matilde Santicoli, New Jersey (anno scolastico 2014/2015)
Per quanto mi riguarda l’esperienza da exchange student è una di quelle cose che non dimenticherò mai. Ho sempre sentito raccontare di quanto fosse un’esperienza fantastica dai miei cugini e di quanto mi sarei divertita e in effetti così è stato, ma non è soltanto questo. L’exchange year è un anno di alti e bassi, affronti i momenti piu belli della tua adolescenza probabilmente, ma vuol dire anche mettersi a confronto con una nuova realtà, con una nuova indipendenza e con una lingua che non ti appartiene. Per un anno ho vissuto in una piccola città del New Jersey chiamata Egg Harbor Township (o meglio EHT), a 5 minuti dal mare, 25 min dalla famosa Atlantic City. Ambientarsi in una scuola di 3000 persone non è stato facile all’inizio, ma i ragazzi sono stati fin da subito accoglienti e quindi in tre mesi sembrava come se fossi parte della scuola da sempre.
Se dovessi dare dei consigli per i ragazzi che in un futuro volessero fare questa esperienza è non mollare, ci saranno dei giorni che l’unica cosa che vorrete fare sarà tornare a casa dai vostri amici e dalla vostra famiglia o affondare la faccia nel cuscino e non alzarla più ma non tornate, alzatevi e uscite perche il giorno dopo potrebbe essere quello più bello della vostra esperienza, e poi siate curiosi e non abbiate paura di esprivermi perchè sarà l’unico modo per vivere appieno questo anno meraviglioso.

Un’esperienza formativa

Mercoledì 4 Marzo 2015 la classe 4^B (attuale 5^B) ha partecipato alla fase delle semifinali delle Olimpiadi della Cultura e del Talento a Civitavecchia (Roma). I componenti della squadra “I Palafreni” che hanno sostenuto la gara sono: Beatrice Zanchi, prova di Scienze; Federica Stabilini prova di Letteratura; Niccolò Signorelli prova di Storia e Geografia; Francesca Plienga prova di Musica; Giulia De Gregorio, prova di Inglese; Michele Cavazzutti prova di Educazione Civica. La squadra si è classificata al sedicesimo posto tra le duecento concorrenti, di cui solo 41 sono state ammesse alla fase successiva, segnalando il miglior piazzamento nella prova di Educazione Civica. Il 19 Aprile si è quindi tenuta la finale nel comune di Tolfa (Roma). «E’ stata un’esperienza appassionante», il commento dei partecipanti, «ed oltre ad essere orgogliosi per il riconoscimento della validità della nostra preparazione, siamo rimasti particolarmente colpiti di come questa esperienza ci abbia resi più uniti». Nonostante il buon risultato dell’anno scorso, quest’anno la squadra non parteciperà nuovamente alla manifestazione, dovendo preparare l’esame di maturità.

Premio Gavioli 2015: “La luce negli occhi”

Anche quest’anno una classe del Collegio Vescovile Sant’Alessandro (la 4^B del Liceo Scientifico) ha avuto la possibilità, con il patrocinio del Rotary Club Bergamo Città Alta, di partecipare alla decima edizione del “Premio Gavioli”. Il concorso, intitolato al celebre regista Roberto Gavioli, prevede la realizzazione di un cortometraggio riguardo un determinato tema con l’intento di far conoscere agli studenti cosa realmente si nasconda alle spalle di una qualsiasi produzione cinematografica. In particolare in questa edizione coadiuvati e organizzati dalle professoresse Paola Aymon (storia dell’arte) e Giuseppina Zizzo (lettere) abbiamo dovuto concentrare l’attenzione sul generico tema “Light up”, ovvero accendere od illuminare. Di conseguenza con l’insegnante di lettere abbiamo lavorato inizialmente su due soggetti che potessero collegare la traccia prestabilita e i temi di attualità: l’anzianità e la multiculturalità. Dopo aver optato sul primo soggetto scritto da David Ricciardolo, anche regista, abbiamo dovuto focalizzarci con l’aiuto dell’insegnante di storia dell’arte su altri tre passaggi fondamentali per la realizzazione del cortometraggio: lo storyboard, gli effetti sonori e le musiche. Queste, infatti, permettono al regista ed ai tecnici nella fase delle riprese di avere una chiara idea di come raccontare e trasmettere agli spettatori i concetti e le emozioni fondamentali per una completa comprensione del cortometraggio. Senza dubbio, tuttavia, uno dei compiti più complessi da svolgere sono state le riprese finali; guardando un film, una pubblicità, un documentario, una serie televisiva seduti sul divano a casa o sulle poltroncine al cinema è difficile rendersi conto del faticoso lavoro che si trova dietro la macchina da presa: attenzione nei dettagli, angolazioni, visuali, luci ed ombre sono elementi apparentemente poveri di rilevanza ma grazie ai tecnici abbiamo compreso quanto possono caratterizzare e rendere un cortometraggio un buon cortometraggio. In conclusione sia a me, il regista; ad Elisa Senni e Vittoria Vezzoli, curatrici dello storyboard; e a Niccolò Signorelli, il protagonista del cortometraggio, questa esperienza seppur priva della vittoria finale è stata molto utile su due aspetti: come studenti e come persone. Riflettere su un tema sociale come quello dell’essere anziani ci ha divincolati dal dare per scontato molte cose comprendendo cosicché essere maturi, obiettivo della scuola superiore, vuol dire saper dare un valore ad ogni nostra relazione umana. In altre parole essere maturi significa anche riconoscere negli anziani un ruolo fondamentale all’interno delle nostre famiglie della quale loro non si dimenticano mai ma che di loro spesso ci si dimentica.

Köln, Karneval e Kölsh (beer)

Dal 10 al 13 Novembre noi ragazzi di 4B siamo stati ospitati dai ragazzi dell’Humboldt-Gymnasium di Colonia per uno scambio culturale. Appena atterrati non immaginavamo affatto cosa ci aspettava: una città ben più grande di Bergamo, famiglie ospitali e un’atmosfera euforica. Subito dopo la colazione di benvenuto con pancakes e hot dog, ci hanno informato che il giorno seguente ci sarebbe stato il carnevale di Colonia, il più famoso in Germania. Ogni anno alle 11.11 dell’11/11 si celebra l’inizio del Carnevale che dura fino a Marzo e coinvolge tutti, dai bambini che si travestono e sfilano per la città, agli adulti, anche loro travestiti, che festeggiano in pub e birrerie. La tradizione vuole che si beva la birra di Colonia (Kölsh), si balli e si indossi un indumento bianco a righe rosse o blu, i colori della città. Questa festa è celebrata anche nelle cittadine a pochi chilometri di Colonia, tra cui Bonn: la città natale di Beethoven, capitale provvisoria ed ex sede governativa. Non solo nelle occasioni di festa abbiamo sentito dai ragazzi quanto si sentano partecipi e legati alla propria città. Durante le visite ai musei e alla cattedrale i ragazzi ci hanno spiegato la storia della Germania, raccontato leggende e guidato per tutta la città con entusiasmo. Inoltre ci hanno mostrato i luoghi più caratteristici di Colonia, quelli che non sono segnati sulla cartina ma che vale la pena vedere. Vivere in un Paese diverso dall’Italia, anche se solo per quattro giorni, non ci ha solo permesso di praticare l’inglese, ma anche di entrare a stretto contatto con una realtà molto diversa dalla nostra. I ragazzi, infatti, ci hanno reso partecipi della loro vita quotidiana: andare a scuola, uscire con gli amici, passeggiare per il quatiere, andare in pub e locali. Anche le famiglie ci hanno accolti e coinvolti nella loro routine, facendoci sentire sempre a casa. Senza dubbio è stata un’esperienza unica, che rimarrà indelebile nella memoria per le emozioni provate.

Federica Stabilini